La mafia a Roma spiegata da Cicerone. Resisti, Ignazio
14 AGO 20

Al direttore - “Roma come Palermo anni 80. Nessuno vuol vedere la mafia”. Il Fatto Quotidiano sintetizza così, virgolettando, le parole del procuratore aggiunto di Roma, Michele Prestipino, il quale costruisce il paragone con un ragionamento più articolato, ma sostanzialmente non tradito dal titolo del quotidiano che nella sua testata suggerisce di guardare ai fatti. I fatti, appunto. In quel decennio a Palermo si contarono oltre 80 vittime eccellenti di Cosa nostra. Nel solo 1982, morirono ammazzate 200 persone, tra loro Pio La Torre e Carlo Alberto Dalla Chiesa, e altre 200 sparirono nel nulla. Ha ragione il sostituto procuratore: occorre urgentemente una “presa di coscienza” della realtà.
Ubaldo Casotto
Ubaldo Casotto
“Solamente mi spingono, o giudici, ad accettare l’onere di questo incarico la lealtà verso una terra che amo, l’esempio che in quella lontana nobile provincia danno molti uomini onesti e meritevoli di giustizia, il senso del dovere, il rispetto verso le leggi di Roma che un uomo potente e corrotto ha stravolto a vantaggio dei propri personali affari”. Cicerone, “Le Verrine”, 70 a. C. A Roma trattasi di corruzione, non di mafia, e forse proprio perché la corruzione a Roma non è una notizia bisognava usare quella parola per incuriosire i passanti: mafia.
Al direttore - Assai efficace è l’inquadramento operato dalla Ciliegia, nel Foglio di lunedì 22 giugno, della renziana “questione di opportunità”. Il paradosso è che, nei casi di rinvio a giudizio di un parlamentare o esponente di partito ovvero di condanna di primo grado, si evoca il garantismo e si rammenta la Costituzione sulla presunzione di innocenza, giurando che mai si chiederanno o si imporranno le dimissioni a colui che venisse a trovarsi in situazioni della specie: e i casi sin qui verificatisi sono diversi. All’opposto, se, “incidenter tantum” o meno incidentalmente, si viene a essere indirettamente intercettati, senza che ciò comporti neppure l’apertura a proprio carico di indagini dell’Autorità giudiziaria, che invece agisce contro gli intercettati diretti, allora nasce la “questione di opportunità” che non obbedisce neppure a un codice etico stilato in precedenza, dunque con previsioni oggettive, predeterminate e valide per tutti. Sta nascendo, allora, per le sospensioni o per l’abbandono coattivi delle cariche pubbliche un terzo canale, accanto a quello del giudice ordinario e del giudice amministrativo: un canale fondato sulla discrezionalità piena del governo o del premier che “giudica e manda” sull’opportunità, senza possibilità di ricorso? E’ preferibile, allora, essere indagati? Ci avviamo verso l’introduzione, come nell’ordinamento romano, della figura del Censore? A ben vedere, a questo sbocco ci stiamo avvicinando, viste anche le assonanze di Catone (Marco Porcio), che fu il Censore per eccellenza.
Angelo De Mattia
Angelo De Mattia
Marino è un pessimo sindaco, e Renzi lo sa, ma un pessimo sindaco lo mandi via per quello che fa nella quotidianità non perché sei inseguito dalle sirene del circo mediatico-giudiziario. Resisti, Ignazio.
Al direttore - Cari amici e amiche del Foglio, vi ringrazio per aver sottolineato come da anni lavori per la costruzione di una sinistra antiliberista unitaria, autonoma ed alternativa al Pd, in grado di costruire un punto di riferimento per sconfiggere le sciagurate politiche di austerità. Considerando l’obiettivo non solo giusto ma necessario, penso sia corretto provare e riprovare, senza alcun settarismo. Per quanto riguarda invece le scissioni vorrei farvi notare un particolare: nei miei 35 anni di militanza comunista non ho mai fatto una scissione. Mai. Potrà sembrare strano ma è così: sovente la realtà non corrisponde agli stereotipi. Ps. A quando una bella discussione sulla fine della spinta propulsiva del capitalismo e sul carattere religioso e non economico del neoliberismo?
Paolo Ferrero
Paolo Ferrero
Una bella discussione sulla fine della spinta propulsiva del capitalismo e sul carattere religioso e non economico del neoliberismo mi lascia gioiosamente pensare che i vendolismi sono pronti a rimettersi insieme e ripartire. Abbiamo i brividi, non vediamo l’ora. Abbraccemos.
Al direttore - Se erano scontate le reazioni, in alcuni casi scomposte e livorose, da parte di chi si riempie la bocca di tolleranza salvo poi dimostrarsi farisaicamente tollerante a corrente alternata, molto meno lo era il trattamento riservato, prima e dopo, alla manifestazione di S. Giovanni da certa stampa sedicente cattolica. Con cronaca e commenti (in alcuni casi con un pungente odore di tappo) relegati in una pagina interna, quando su tutti i più importanti giornaloni laici l’evento, oltre che essere la notizia del giorno, ha occupato intere paginate e con grande evidenza. Con ciò confermando la spiacevole impressione di essere anch’essa, né più né meno, un servile Arlecchino. Meno male che la piazza era (ed è) sintonizzata su altri canali. Anche per questo quando è stato lanciato un cinguettìo stizzito per conto di un monsignore che lavora alla Cei, non se n’è accorto nessuno.
Luca Del Pozzo
Luca Del Pozzo